Benedita rimase in silenzio, riflettendo sulla domanda. Poi chiese: “E se perdessi?” Joaquim scrollò le spalle. “Allora perderemo insieme. Io perderò la fattoria. Tu la venderai di nuovo. Ma almeno ci avremo provato.” Lei lo fissò a lungo. “Perché dovrei fidarmi di te?” Lui rise senza allegria. “Non dovresti. Ma hai forse altra scelta?”
Benedita fissò le sue mani enormi e callose, segnate dalle cicatrici. Ricordò le quattro fattorie in cui aveva lavorato, i sorveglianti che avevano cercato di spezzarla con fruste, fame e umiliazioni. Durante le notti incatenata, sognando la libertà, aveva diffidato di Joaquim, ma lui aveva ragione: non aveva altra scelta. E qualcosa nella sua voce, una stanchezza genuina, un dolore palpabile, le fece credere che forse, solo forse, stesse dicendo la verità. «Va bene», disse dolcemente. «Combatterò, ma se mi tradirai, ti ucciderò.»
Joaquim annuì. “Va bene.” Iniziarono il giorno dopo. Joaquim svegliò Benedita prima dell’alba e la portò in una radura appartata, lontano dagli altri operai. Improvvisò un ring da boxe con delle corde tese tra gli alberi. Portò dei sacchi di sabbia da colpire e dei pezzi di legno da spezzare con le mani.
Per le prime settimane, si limitò a osservare, studiando i suoi movimenti, l’odio che si accumulava nei suoi pugni, le sue schivate istintive. Era brutale, ma aveva del potenziale. Joaquim portò con sé vecchi libri di boxe che conservava fin da giovane. Diagrammi di posizioni, pugni, tecniche. Non sapeva come applicarli, ma insegnava la teoria.
Benedita assorbiva tutto come una spugna asciutta, finché la sua sete non fu placata. Si allenava cinque ore al giorno e poi tornava alla fattoria per aiutare con il raccolto e salvare le apparenze. Passarono i mesi e Benedita cambiò. I suoi muscoli si fecero più definiti, i suoi movimenti più precisi, la sua postura più sicura. E anche qualcos’altro cambiò. La rabbia che la consumava, quella furia cieca che la rendeva incontrollabile, cominciò a prendere forma.
Diventò carburante, divenne tecnica, divenne potenza. Joaquim capì che stava creando qualcosa di pericoloso, ma anche magnifico. A settembre, tre mesi prima del torneo, si allenò con lei. Una simulazione. Lei lo mise KO in dieci secondi. Lui si rialzò ridendo, sputando sangue. “Sei pronto.” Il torneo si svolse la prima settimana di dicembre.
La tenuta del barone Araújo era addobbata come per un banchetto di corte. Lanterne colorate, tavoli sontuosi, musica dal vivo. Ma al centro di tutto si ergeva una piattaforma di legno improvvisata, circondata da gradinate piene di contadini e mercanti curiosi. E nel palco principale sedeva Eduarda de Araújo, la figlia del barone, vestita di rosso, con uno sguardo penetrante.
Quando Joaquim arrivò con Benedita, tutti si fermarono, lo fissarono e risero. Quella strana gigantessa che aveva comprato per sette centesimi stava per combattere contro uomini addestrati. Ridicolo. Ma Joaquim la iscrisse comunque. Pagò la quota di iscrizione con le sue ultime monete. Il suo primo combattimento fu contro un macellaio di Barra Mansa, un uomo di 120 chili con un collo grosso e pugni a martello.
La folla scommetteva su di lui. Benedita entrò sul ring a piedi nudi, con pantaloni di lino e una camicia bianca legata in vita, senza guantoni, senza alcuna protezione, sola con la furia dei suoi 23 anni. Il macellaio avanzò con sicurezza. Benedita attese. Lui sferrò un pugno dritto. Lei lo schivò, si girò e gli assestò un gancio alle costole.
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